Storia di una leggendaria atleta afroamericana

Elegante anche in pista, dall’andatura veloce e maestosa, Wilma Rudolph ha 16 anni quando esordisce alle Olimpiadi del 1956 vincendo la medaglia di bronzo nella staffetta USA dei 400 metri. Corre, portandosi sulle gambe il peso di una storia che ha dell’incredibile: si è preparata alle Olimpiadi in cinque soli anni, e non perché prima non avesse possibilità di allenarsi. Semplicemente, fino a cinque anni prima, non era in grado di correre.

 

Ventesima di ventidue figli di una famiglia nera povera del Tennessee, Wilma ha soli quattro anni quando contrae simultaneamente la scarlattina, la polmonite e la poliomielite, che le lascia la gamba sinistra paralizzata. «Il dottore disse che non avrei mai più camminato» scriverà la Rudolph nella sua autobiografia. «Mia madre mi disse che avrei di nuovo camminato. Credetti a mia madre».

 

Per anni la piccola Wilma porterà un apparecchio correttivo e farà terapia in un ospedale per soli neri, nel periodo più buio della storia americana, quello della segregazione razziale.

È un giorno indimenticabile, quello in cui Wilma lascia i medici a bocca aperta: all’improvviso si toglie con le sue stesse mani l’apparecchio correttivo e, contro ogni sentenza medica, comincia prima a camminare, poi a correre da sola.

A 16 anni arriva il bronzo, ma non le basta: “ho scoperto che il bronzo non brilla. Così ho deciso che avrei dovuto puntare all’oro”. 4 anni dopo, alle Olimpiadi di Roma 1960, Wilma Rudolph è la prima donna americana a vincere ben tre medaglie d’oro nella velocità.

 

Una storia che dimostra che la vita è solo una questione di scelte. Donna in un mondo di uomini, nera in un mondo di bianchi, malata in un mondo di sani, la Rudolph ha lottato contro la malattia, contro il pregiudizio dell’ambiente, contro la rassegnazione a tutti i livelli.

«Non bisogna mai sottovalutare il potere dei sogni e l’influenza dello spirito umano. Dentro ognuno di noi c’è il seme di una potenzialità che ci può rendere grandi».