Da Linkedin a Twitter, sale il numero di professionisti sul web.

La presenza social per le law firm è ormai un imperativo. Se in passato l’attenzione della categoria era rivolta verso la scelta di sedi fisiche che fossero dislocate in aree quanto più possibile prestigiose e centrali, meglio ancora se dotate di ogni tipo di comfort, oggi puntare tutto sulla “reputazione fisica” non è più sufficiente. Il tessuto socio-culturale in cui gli avvocati operano è sempre più vicino alla realtà online e ai principi della mobilità e della flessibilità. In un simile contesto, per le law firm, essere in rete è davvero fondamentale. Comunicare via Social permette agli avvocati di dialogare con gli utenti, comprendendone più da vicino le esigenze. È un’opportunità per offrire pareri e competenze, ma anche per trarre spunti di miglioramento professionale. Una ricerca condotta da Legalcommunity.it, ha indagato sulla presenza social delle law firm più prestigiose in Italia. Pensato per il mondo professionale, Linkedin è il social preferito da tutti gli studi legali con i migliori fatturati in Italia. Su Twitter, habitat naturale degli opinion  leader di tutti i generi, sono presenti invece il 41% degli studi legali presi in esame. Questo social è molto impegnativo: i tweet servono prevalentemente a esprimere opinioni e le pagine istituzionali difficilmente funzionano. Molto più efficaci risultano i profili personali degli avvocati. Instagram, il social delle immagini e delle stories, attira gli studi legali, che lo usano per attrarre nuovi talenti e sviluppare il senso di appartenenza. I numeri degli Studi Legali già lanciati nel social sono ancora contenuti. “È proprio questa la ragione per attivarsi subito”, sottolinea Luca La Mesa, docente esperto di social media marketing: “dal momento che la concorrenza è poca, si   acquisirà facilmente e rapidamente visibilità”. Non è importante essere seguiti da tanti, ma da quelli a cui interessa comunicare qualcosa. Fondamentale invece la vitalità: una pagina dormiente, aggiornata saltuariamente e senza una “linea editoriale” definita , rischia di essere  controproducente. Infine, è meglio puntare su discrezione e professionalità, e non sul farsi pubblicità: la comunicazione “autocelebrativa” online, dovrebbe  limitarsi al 20% al  massimo.