Il calcio a bilancio

La crisi finanziaria del mondo del calcio è stata aggravata dalla pandemia, ma è iniziata da diversi anni. Uno dei fattori scatenanti è stata la fine del mecenatismo, cioè dei finanziamenti spesso a fondo perduto dei grandi imprenditori che compravano le squadre. L’altro, la rincorsa agli acquisti dei giocatori più bravi, in una sorta di asta al rialzo alimentata dai procuratori dei giocatori e dalle loro sempre più cospicue commissioni su acquisti e vendite. E, infine, l’impossibilità di ricorrere all’indebitamento senza fondo, dovendo rispettare una specifica ratio di liquidità.

Oggi la situazione è preoccupante: la serie A italiana ha un fatturato annuo di 2,7 miliardi di euro e costi per 3,5 miliardi, creando circa 800 milioni di debito all’anno. Essendo il calcio uno spettacolo e un mercato globalizzato, la situazione non è migliore fuori dell’Italia: le 12 grandi squadre europee, quelle che avevano proposto la Superlega, accusano 3 miliardi di euro di debiti. Tornando all’Italia, la crisi è così nera che si verificano veri e propri fallimenti, l’ultimo quello della squadra veronese del Chievo. Le squadre italiane sono in vendita, o svendita, e arrivano investitori esteri che credono a una ripresa del business. Il Genoa è passato da poco in mano americana e sono di proprietà estera Inter, Milan, Roma, Fiorentina, Spezia, Venezia. In questa situazione caotica emergono i procuratori dei giocatori: in sei anni hanno incassato 913 milioni di euro. Un solo esempio di speculazione: i giocatori a fine contratto diventano “a parametro zero” e dal 1995 la Corte di giustizia europea ha stabilito che possono passare a qualsiasi club, senza che un euro vada alla squadra di provenienza. A questo punto la società acquirente, che risparmia sul costo del cartellino, può alzare lo stipendio dei giocatori acquistati e la commissione dei loro procuratori, che a questo punto favoriscono il mercato dei parametri zero.