Agribusiness. Trend in crescita

È una delle più belle tenute del Brunello di Montalcino, Castiglion del Bosco, dove un ettaro di vigneto può arrivare a costare anche un milione di euro: prima di proprietà di Massimo Ferragamo, è stata di recente acquistata da un club d’investimento internazionale di cui non è stato reso noto il nome.  Un’operazione finanziaria da oltre 300 milioni messa a segno a pochi giorni di distanza da un altro importante deal: l’acquisizione del 100% di Cantina di Montalcino da parte di Prosit, realtà in portafoglio a Made in Italy Fund, fondo di private equity promosso e gestito da Quadrivio & Pambianco. Due esempi eclatanti di un trend finanziario sempre più attuale nello scenario globale: l’agricoltura è la nuova frontiera degli investimenti.

La produzione agricola e alimentare italiana è nota in tutto il mondo per l’elevata qualità dei suoi prodotti. Negli ultimi tre anni, gli investimenti in proprietà agricole in Italia sono cresciuti notevolmente, tanto che oggi l’Italia è il quinto principale Paese in Europa e il nono al mondo per esportazione di prodotti agricoli. Non è un caso che family office, fondi pensione, fondi di private equity e altri investitori professionali, abbiano puntato i riflettori su questo asset fortemente legato alla Terra. “Negli ultimi dieci anni, dopo la crisi finanziaria, si è acceso l’interesse verso asset reali e molti investitori si erano indirizzati sul Food & Wine, considerato l’elevata qualità e l’alta reputazione del Made in Italy anche in questo settore, che rappresenta una delle principali voci dell’export del nostro Paese trainata da brand di fama mondiale. Ora l’interesse si è spostato anche a monte della filiera”, racconta Stefano Baldi, Associate Director Agribusiness Investment Properties Italy di Cbre, la più grande società al mondo di servizi commerciali e investimenti per il real estate. Secondo il report “Agribusiness in Italy 2022”, nel 2020 in Italia si sono registrate transizioni in patrimoni legati alla terra per un valore di 4,8 miliardi di euro.

In un contesto di forte instabilità, in cui la pandemia prima e la guerra poi, fanno salire e scendere gli indici azionari, è caccia ai beni rifugio. L’agribusiness è uno di questi: “Un asset che consente la decorrelazione dai mercati finanziari e permette attenzione all’economia reale – spiega la Presidente di AIFO Patrizia Misciattelli delle Ripe – e per patrimoni che hanno una vista molto lunga, multigenerazionale, questo asset consente attese di rendimenti in grado di proteggere nel lungo periodo i patrimoni ma consente anche di supportare considerazioni di impatto sociale”. Il report Cbre “Agribusiness in Italy 2022” individua i quattro elementi chiave di questo asset.

  • Si tratta di un settore in grado di combinare forti ritorni con un buon cash flow di lungo termine, con una bassa correlazione ai cicli economici e una copertura dall’inflazione.
  • Si stima un incremento della richiesta di produzione alimentare del 60%-70% per far fronte alla richiesta della popolazione che, entro il 2050, raggiungerà quota 9 miliardi di persone.
  • È un settore con un ampio raggio di sostenibilità, elemento strategico in un contesto in cui la richiesta di cibo sano e biologico si è impennata.
  • Sono in crescita i supporti all’agricoltura: l’Unione Europea ha approvato il piano di Politica Agricola Comune (PAC), che prevede un investimento annuo pari a 55 miliardi di euro, di cui 5 miliardi sono destinati all’Italia, che arrivano a circa 7 se si considerano i co-finanziamenti nazionali dei fondi destinati allo sviluppo rurale.

La proprietà agricola italiana è frammentata ma ha un patrimonio enorme, dalle grandi potenzialità: olio extra vergine d’oliva, vino, frutta fresca, ortaggi, formaggi, carne. Esistono diverse vie di investimento nel settore. Da un lato trophy asset, investimenti di prestigio come quello di Castiglion del Bosco, per investitori più sofisticati. Dall’altro lato agricoltura superintensiva, per fondi in cerca di stabilità e diversificazione, adatta a uliveti, mandorleti, noccioleti, noceti. Ma anche kiwi, avocado, melograno, mango, colture molto interessanti per i potenziali rendimenti e per la crescente domanda di mercato. Gli investimenti in queste filiere produttive hanno ritorni stimati al 4-5% al netto dell’inflazione: “La terra difficilmente si svaluta – spiega Baldi – anzi, chi effettua investimenti in infrastrutture e miglioramenti fondiari può ottenere un incremento del valore a fine periodo”.